Ordenação sacerdotal de Dom Tomás de Aquino

sábado, 27 de fevereiro de 2016

É verdade que a autodenominada 'Igreja Ortodoxa' não está 'tão' distante da Igreja Católica? - II

ERROS DOUTRINÁRIOS DOS AUTODENOMINADOS ‘ORTODOXOS’

Por Leão Indômito

Os principais pontos doutrinários relativos ao Cisma são:

1 - Espírito Santo: pela Doutrina católica, o Espírito Santo, terceira pessoa da Santíssima Trindade, procede do Pai e do Filho, definido no Concílio de Nicéia, enquanto que, para os da autodenominada Igreja ‘Ortodoxa’, o Espírito Santo só procederia do Pai.

2 - Juízo particular: a Igreja Ortodoxa não aceita o Juízo particular imediatamente após a morte, como ensina a Igreja Católica, admitindo somente o Juízo Universal; consequentemente, a Igreja ‘Ortodoxa’ não admite a existência do purgatório nem do limbo, bem como não aceita as indulgências.

3 - Imaculada Conceição: Nossa Senhora, para os da autodenominada Igreja ‘Ortodoxa’, foi concebida com o pecado original, ao passo que Pio IX definiu o dogma da Imaculado Conceição, em 1854. Constitui heresia negá-lo. Logo, os ‘ortodoxos’ são também hereges e não apenas cismáticos.

4 - Primazia e infalibilidade papal: A Igreja Ortodoxa não aceita, de forma nenhuma, tanto a primazia como a infalibilidade do Papa, conforme foi definido pela Igreja Católica, particularmente pelo Concílio Vaticano I.


Quanto à liturgia, ao culto, aos sacramentos e à disciplina eclesiástica:

1 - Para os ortodoxos, a consagração do pão e do vinho é realizada no Prefácio da Missa, e não no Canon, com as palavras pronunciadas por Nosso Senhor na última Ceia, conforme a liturgia católica.

2 - Na Igreja ‘Ortodoxa’ não há as tradicionais devoções da Igreja Católica, como a comemoração de Corpus Christi, do Sagrado Coração de Jesus, a cerimônia da Via Crucis, o culto ao Imaculado Coração de Maria, Rosário, e outras.

3 - Os ‘ortodoxos’ só aceitam ícones nos templos.

4 - Para os ‘ortodoxos’, o Sacramento do Matrimônio é ministrado pelo padre, enquanto que para a Igreja Católica, os ministros são os nubentes.

5 - Os sacerdotes ortodoxos têm liberdade de optar entre o celibato e o matrimônio, enquanto os sacerdotes católicos são celibatários.

Logo, as diferenças doutrinárias são profundas e, para suplantá-las, é necessária uma verdadeira conversão dos assim chamados ‘ortodoxos’, que devem renunciar aos seus erros e voltar ao redil da única Igreja verdadeira, que é a Igreja Católica.

Nosso Senhor Jesus Cristo, na parábola do Bom Pastor, referindo-se às ovelhas que se encontram fora do seu aprisco, disse: "... é preciso que eu as traga e elas ouvirão a minha voz, e haverá um só rebanho e um só pastor" (S. João X, 16).

Com tais palavras Nosso Senhor exprime um desejo ou uma oração para que todos se submetam aos ensinamentos que Ele nos deixou, sob a orientação de um só pastor, Pedro e seus sucessores, e não de vários, ou de quaisquer pastores. Para isso é necessário, antes de tudo, professar a mesma e única doutrina por Ele ensinada. Essa é a única tentativa de união cabível.

[CONTINUA]

quarta-feira, 24 de fevereiro de 2016

Encíclica "Caritatis Studium", de S. S. Leão XIII (Italiano)

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Leone XIII
Caritatis studium
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25 luglio 1898

II magistero della chiesa in Scozia


Lo zelo di carità che Ci rende solleciti per la salvezza dei fratelli dissidenti, non permette in alcun modo che Noi rinunciamo alla possibilità di richiamare all’abbraccio del Pastore buono coloro che un multiforme errore tiene lontani dall’unico ovile di Cristo. Sempre più fortemente ogni giorno ci rattristiamo per la misera sorte di un così grande numero di uomini che sono privi della integrità della fede cristiana. Pertanto, consapevoli della Nostra santissima funzione e come spinti dalla persuasione e dall’impulso interiore del Salvatore che tanto ama gli uomini, e la cui persona, senza alcun Nostro merito, rappresentiamo, persistiamo pieni di speranza nel chiedere con insistenza che vogliano finalmente anche loro rinnovare con noi la comunione dell’unica e medesima fede. Opera grande, e fra le opere umane di gran lunga la più difficile da ottenersi: e il portarla a compimento appartiene soltanto a colui che può tutto. Dio. Per questo stesso motivo però, non ci perdiamo d’animo, e neppure siamo distolti dal proposito dalla grandezza delle difficoltà, che le forze umane da sole non possono vincere. "Noi infatti predichiamo Cristo crocifisso. ... E ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini" (1Cor 1, 23-25). In tanto grande sviamento di opinioni, in mali tanto numerosi che incalzano e incombono, ci sforziamo di mostrare quasi con mano dove sia da ricercare la salvezza, esortando e ammonendo tutte le genti, affinchè alzino "gli occhi verso i monti, da dove verrà l’aiuto". Infatti, ciò che Isaia aveva predetto come futuro, lo ha confermato l’evento: la chiesa di Dio appunto, che per l’origine divina e per il divino splendore così si segnala, da mostrarsi grandemente mirabile agli occhi di coloro che guardano: "Alla fine dei giorni, il monte della casa del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli" (Is 2,2).

In questi Nostri pensieri e progetti, tiene un posto speciale la Scozia, che, gradita lungamente e assai a questa sede apostolica, Noi stessi abbiamo cara proprio per uno specifico motivo. Ricordiamo infatti con piacere che vent’anni or sono abbiamo dedicato le primizie del ministero apostolico agli scozzesi: il secondo giorno dall’inizio del pontificato, ci siamo occupati della restaurazione presso di loro della gerarchia ecclesiastica. Da quel tempo, con l’appoggio vostro, venerabili fratelli, e con quello del vostro clero, sempre ci siamo dedicati molto chiaramente al bene di questa gente, la cui indole li rende senza dubbio molto adatti alla verità da abbracciare. Ora poi, dato che Ci troviamo in quell’età in cui è ormai più vicina l’umana conclusione, Ci è sembrato opportuno rivolgerci a voi, venerabili fratelli, e offrire al vostro popolo un nuovo documento della attenzione apostolica.

Quella terribile turbinosa tempesta che nel secolo sedicesimo ha fatto irruzione nella chiesa, come moltissimi altri in Europa, così allontanò la maggior parte degli scozzesi dalla fede cattolica, che per più di mille anni avevano conservato con gloria. È cosa a Noi gradita richiamare con il pensiero le non piccole benemerenze dei vostri antenati verso la causa cattolica, e ugualmente Ci piace ricordare coloro, certamente non pochi, per la cui virtù e le cui gesta si è reso famoso il nome della Scozia. Forse oggi però i vostri cittadini si rifiutano di ricordare a loro volta che cosa debbono alla chiesa cattolica e alla sede apostolica. Ricordiamo cose a voi note e assolutamente certe.

Nei vostri antichi annali si legge di un certo Niniano, scozzese, che, avendo sentito con più ardore mentre leggeva le sacre Scritture lo slancio del progresso spirituale, ebbe a dire: "Mi alzerò, attraverserò i mari e le terre, cercherò la verità che la mia anima ama. Ma occorrono davvero tanto grandi cose? Non è stato forse detto a Pietro: "Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa"? Dunque nella fede di Pietro non c’è nulla di meno, nulla di oscuro, nulla di imperfetto, nulla di ostile per cui le dottrine depravate e le sentenze perverse, quasi porte dell’inferno, siano in grado di prevalere. E dove è la fede di Pietro, se non nella sede di Pietro? Di certo là, è là che io debbo andare, affinchè uscendo dalla mia terra e dalla mia parentela, e dalla casa di mio padre, meriti di vedere nella terra di visione la volontà del Signore e di essere protetto dal suo tempio". Si affrettò dunque pieno di riverenza verso Roma; e avendo con larghezza appreso presso i sepolcri degli apostoli dallo stesso fonte e capo della cattolica verità, su ordine e mandato del sommo pontefice, ritornato a casa, educò i cittadini con gli esempi della fede romana, fondò la chiesa di Galloway, due secoli prima che il beato Agostino giungesse presso gli inglesi. Questa fede san Colomba, questa stessa gli antichi monaci, con le virtù così preclare dei quali è nobilitata la sede di Iona, questa essi custodirono con il massimo ossequio e insegnarono ad altri con la più grande diligenza. E perché non ricordare la regina Margherita, luce e splendore non soltanto della Scozia, ma del nome cristiano in genere? Posta al vertice di cose mortali, avendo tuttavia aspirato in tutta la sua vita soltanto a ciò che è immortale e divino, riempì tutta la terra con lo splendore delle sue virtù. Ora poi, se ha raggiunto una santità così eccelsa, l’ha raggiunta per ispirazione e su impulso della fede cattolica. Non è poi forse la fermezza della fede cattolica che ha reso fortissimi difensori della patria Wallace e Bruce, luminari della vostra gente? Tralasciamo gli altri innumerevoli cittadini grandemente utili alla società, che la chiesa madre non ha mai cessato di formare. Tralasciamo tutti gli altri aiuti che sono stati a voi dati pubblicamente per mezzo di essa. Certamente con la sua provvidenza e autorità sono state aperte le sedi famosissime per gli ottimi studi di St. Andrews, Glasgow, Aberdeen, ed è stato costituito lo stesso sistema di amministrazione dei giudizi civili. Si capisce quindi che c’è un motivo sufficiente per cui il nome di "figlia speciale della Santa Sede" sia stato attribuito alla gente di Scozia.

Da quel tempo però si è compiuto un grande rivolgimento e si è estinta in moltissime persone la fede degli avi. Dovremo forse pensare che non si potrà mai più rinnovare? Anzi, si manifestano invece alcuni segni inequivocabili che invitano a nutrire buona speranza riguardo agli scozzesi. Vediamo infatti che di giorno in giorno i cattolici vengono considerati con maggiore gentilezza e benevolenza; che ai dogmi della sapienza cattolica non si mostra più, come un tempo, il disprezzo da parte del popolo, da molti invece simpatia, da non pochi rispetto; che le perverse opinioni che impediscono fortemente il discernimento del vero, a poco a poco vengono meno. E voglia il cielo che fiorisca con più abbondanza la ricerca della verità; e non si deve neppure dubitare che una più alta conoscenza della religione cattolica, ottenuta appunto genuina dalle sue fonti, e non da quelle altrui, cancelli totalmente dalle anime siffatti pregiudizi.

A tutti gli scozzesi si deve poi tributare una non piccola lode: hanno sempre avuto la consuetudine di studiare e riverire le divine Scritture. Permettano dunque che Noi con amore attingiamo qualcosa da questo argomento in ordine alla loro salvezza. È evidente che in questa venerazione delle sacre lettere, di cui abbiamo parlato, è in certo qual modo presente un qualche accordo con la chiesa cattolica; perché non potrebbe essere finalmente l’inizio del ristabilimento dell’unità? Non rifiutino di ricordare di aver ricevuto i libri dei due Testamenti dalla chiesa cattolica e non da altri: e che si deve alla vigilanza e alle continue attenzioni di questa se le sacre lettere sono uscite integre dalle terribili tempeste dei tempi e delle situazioni.

La storia dimostra che già nell’antichità il III Concilio di Cartagine e il pontefice romano Innocenzo I hanno operato con merito immortale per l’integrità delle Scritture. Più recentemente, sono note le vigilanti fatiche del medesimo genere di Eugenio IV e del Concilio di Trento. E anche Noi stessi, ben consapevoli dei tempi, con una lettera enciclica pubblicata recentemente, abbiamo richiamato con severità i vescovi del mondo cattolico, e li abbiamo ammoniti diligentemente sul da farsi per salvaguardare l’integrità e la divina autorità delle sacre lettere.

Infatti, in questo vorticoso cammino delle idee, ci sono parecchi uomini che dalla brama di disquisire su ogni cosa con arroganza e dal disprezzo dell’antichità sono sviati a tal punto da non dubitare di negare ogni fede al sacro volume, o almeno di sminuirla. Di certo gli uomini gonfi per presunzione di scienza e troppo fiduciosi del proprio giudizio, non capiscono come sia pieno di impudente temerità il valutare in modo del tutto umano le opere che sono di Dio; e per questo non ascoltano affatto Agostino che proclama: "Onora la Scrittura di Dio, onora la Parola di Dio anche se è oscura, metti in secondo piano, con la pietà, l’intelligenza". "Coloro che studiano le venerabili lettere debbono essere esortati... a pregare per poter comprendere". "Non affermino temerariamente come conosciuto ciò che invece non è conosciuto ... nulla deve essere affermato con temerarietà, ma ogni cosa deve essere trattata cautamente e con modestia".

Pur tuttavia, siccome la chiesa doveva sussistere in perpetuo, essa ha dovuto essere fondata non sulle sole Scritture, ma su di un qualche altro fondamento. Spettò certo al suo divino fondatore fare in modo che il tesoro delle celesti dottrine non venisse mai dissipato nella chiesa; cosa che sarebbe necessariamente avvenuta, se lo si fosse affidato all’arbitrio dei singoli. È dunque evidente che fin dall’inizio della chiesa è stato necessario un magistero vivo e perenne, al quale fosse affidato dall’autorità di Cristo sia l’insegnamento salvifico di tutte le altre verità, sia l’interpretazione sicura delle Scritture; e che questo magistero, munito e custodito dalla continua assistenza dello stesso Cristo, nel suo insegnamento, non potesse in alcun modo cadere in errore. A questo Dio ha provveduto con grandissima sapienza e larghezza per mezzo del suo unigenito Figlio, Gesù Cristo: e questi ha posto al sicuro l’autentica interpretazione delle Scritture quando ha ordinato ai suoi apostoli, prima di tutto e principalmente, di non mettere mano alla scrittura, e di non distribuire senza discernimento e senza regola i libri delle Scritture più antiche, ma di insegnare a tutte le genti a viva voce, e di condurle con la parola alla conoscenza e alla professione della celeste dottrina: "Andate in tutto il mondo e predicate l’evangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15).

Il primato poi dell’insegnamento lo ha affidato a uno solo, sul quale doveva poggiarsi, come sul fondamento, la totalità della chiesa docente. Consegnando infatti a Pietro le chiavi del regno dei cieli. Cristo gli affidò, nello stesso tempo, di reggere gli altri che dovevano dedicarsi al "ministero della parola": Conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,32). Dovendo così i fedeli imparare da questo magistero tutto ciò che riguarda la salvezza, è necessario che essi gli richiedano anche la stessa intelligenza dei libri divini.

Appare poi facilmente come sia incerta e incompleta, e inadeguata allo scopo, la dottrina di coloro che pensano che si possa ricercare il senso delle Scritture unicamente sulla base delle Scritture stesse. Infatti, ammesso questo principio, il criterio supremo della interpretazione è posto infine nel giudizio dei singoli. Allora, cosa di cui ci siamo occupati prima, a seconda della disposizione d’animo, di ingegno, di conoscenze, di costumi con cui ciascuno si sarà accostato alla lettura, così interpreterà il significato della Parola divina sulle medesime cose. Di conseguenza, la differenza di interpretazione genera necessariamente la diversità del sentire e le contese, trasformando così in occasione di male, ciò che era stato dato per il bene dell’unità e della concordia.

La realtà stessa dimostra che Noi parliamo secondo verità. Infatti, tutti coloro che sono privi della fede cattolica e le sette fra loro in disaccordo riguardo alla religione, avanzano tutte la pretesa che le sacre Scritture confermano le loro convinzioni e le loro istituzioni. Tanto più che non vi è nessun dono di Dio così santo di cui l’uomo non possa abusare a sua rovina, quanto le stesse divine Scritture, come con gravi parole il beato Pietro ammonisce: "Gli ignoranti e gli instabili corrompono [le divine scritture]... per loro propria rovina" (2Pt 3,16). Per questo motivo Ireneo, molto vicino al tempo degli apostoli e loro interprete fedele, non ha mai cessato di inculcare nelle menti degli uomini che la conoscenza della verità può essere ricevuta soltanto dalla viva dottrina della chiesa: "Dove infatti c’è la chiesa, lì c’è pure lo Spirito di Dio, e dove c’è lo Spirito di Dio lì c’è la chiesa e ogni grazia; lo Spirito è la verità ...". "Dove si trovano i carismi del Signore, là bisogna imparare la verità, presso coloro in cui si trova la successione apostolica della chiesa"." Se i cattolici, anche se non così uniti nell’ambito delle cose civili, sono tenuti tuttavia congiunti e connessi fra di loro nella meravigliosa unità della fede, non c’è il minimo dubbio che lo siano in virtù e ad opera principalmente di questo magistero.

Molti scozzesi separati da noi nella fede, amano tuttavia il Nome di Cristo con tutto il cuore, e cercano di osservare i suoi insegnamenti e di imitare i suoi santissimi esempi. Ma con quale intelletto e con quale cuore potranno mai conseguire ciò che perseguono, se non permettono di essere ammaestrati loro stessi e gli altri alle cose celesti in quel modo e per quella via che lo stesso Cristo ha costituito? Se non sono in ascolto della parola della chiesa, al cui insegnamento lo stesso autore della fede ordinò agli uomini di obbedire come a lui stesso: "Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me"? Se non chiedono gli alimenti della pietà e di tutte le virtù a colui che il Pastore supremo delle anime ha costituito vicario della sua funzione, affidandogli la cura di tutto il gregge? Nel frattempo è certo che Noi non verremo meno al Nostro compito: prima di tutto quello di chiedere supplici a Dio che voglia concedere alle menti inclinate al bene un più abbondante sostegno della sua grazia. Possa davvero la bontà divina, da Noi supplicata, donare alla madre chiesa questa desideratissima consolazione: potere riabbracciare molto presto tutti gli scozzesi ricondotti "in spirito e verità" alla fede dei padri. Che cosa non devono essi sperare da questa recuperata concordia con noi? Subito risplenderebbe ovunque la perfetta e assoluta verità con il possesso dei beni supremi che avevano perduto con la secessione. Tra questi beni uno di gran lunga si distingue, e la cui privazione è veramente miserevole: intendiamo il sacrificio santissimo nel quale Gesù Cristo, sacerdote e vittima nello stesso tempo, si offre Lui stesso ogni giorno al Padre, per il ministero dei suoi sacerdoti sulla terra. In virtù di questo sacrificio vengono a noi applicati gli infiniti meriti di Cristo, prodotti appunto dal sangue divino che Lui, posto sulla croce, per la salvezza degli uomini ha effuso una volta per tutte. La fede in queste cose fioriva integra presso gli scozzesi nel tempo in cui san Colomba trascorreva la sua vita mortale: e poi anche più tardi, quando qua e là furono edificati grandiosi templi, che attestano per i posteri lo splendore dell’arte e della pietà dei vostri antenati.

L’essenza stessa e la natura della religione implicano in realtà la necessità del sacrificio. In questo infatti risiede la parte essenziale del culto divino, nel riconoscere e riverire Dio come il supremo dominatore di tutte le cose, sotto il cui potere ci troviamo noi e tutte le nostre cose. Non vi è infatti altra ragione e causa del sacrificio, che proprio per questo è detto "cosa divina": eliminati i sacrifici, nessuna religione può sussistere e nemmeno essere pensata. La legge dell’evangelo non è inferiore alla legge antica: è anzi di molto superiore, perché essa ha pienamente portato a compimento ciò che quella aveva iniziato. Molto tempo prima che Cristo nascesse, i sacrifici praticati nell’Antico Testamento prefiguravano infatti il sacrificio compiuto sulla croce; dopo la sua ascensione al cielo, quel medesimo sacrifìcio viene continuato con il sacrificio eucaristico. Errano pertanto grandemente coloro che lo respingono come se fosse una diminuzione della verità e della forza del sacrificio che Cristo ha compiuto inchiodato alla croce: "essendosi offerto una sola volta per espiare i peccati di molti" (Eb 9,28).

Quella è stata una purificazione degli uomini del tutto perfetta e assoluta: e non è affatto un’altra, ma è la stessa, quella contenuta nel sacrifìcio eucaristico. Poiché infatti era necessario che un rito sacrificale accompagnasse in ogni tempo la religione, il divino disegno del Redentore fu che il sacrificio consumato una volta per tutte sulla croce, diventasse perpetuo e perenne. La ragione di questa perpetuità è contenuta nella santissima eucaristia, che non presenta soltanto una vana figura o memoria della cosa, ma la stessa verità, quantunque in un modo diverso: per questo l’efficacia di questo sacrificio, sia per ottenere sia per espiare, deriva totalmente dalla morte di Cristo:
"Poiché da dove sorge il sole fin dove tramonta, il mio nome è grande fra le genti; e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un’oblazione pura; perché grande è il mio nome fra le genti" (Mal 1,11).

Quanto al resto, poi, il Nostro discorso si riferisce più propriamente a coloro che professano il nome cattolico: e per questo semplice motivo, perché vogliano con la loro opera essere di un qualche giovamento al Nostro progetto. La carità cristiana comanda di ricercare, secondo le possibilità di ciascuno, la salvezza dei più vicini. A loro domandiamo quindi, prima di tutto, di non desistere dal pregare e supplicare per questo motivo Dio, il quale soltanto può effondere nelle menti la luce efficace e piegare le volontà a suo piacimento. Infine, poiché soprattutto gli esempi hanno il potere di piegare le anime, si dimostrino loro stessi degni della verità di cui per dono divino sono in possesso; e alla consuetudine di una vita bene ordinata, aggiungano il pregio della fede che professano: "La vostra luce risplenda dinanzi agli uomini, affinchè vedano le vostre opere buone" (Mt 5,16). E conseguano insieme, con l’esercizio delle virtù civili, che di giorno in giorno sempre più sia manifesto che non è possibile presentare, se non per calunnia, la religione cattolica come nemica della nazione: anzi da nessun’altra parte si ritrova un aiuto maggiore per la sua dignità e il pubblico vantaggio.

È poi anche di grande utilità custodire con ogni impegno, anzi rendere ancora più solida, e circondare con ogni difesa, l’educazione cattolica dei giovani. Noi sappiamo bene che ci sono presso di voi delle scuole di carattere pubblico adeguatamente organizzate per la gioventù desiderosa di imparare, nelle quali non si sente certo la mancanza di un ottimo metodo di studio. Ma è necessario sforzarsi e fare sì che le scuole cattoliche non siano in nulla inferiori alle altre; e non si deve neppure fare in modo che i nostri adolescenti siano meno preparati nella cultura letteraria e nella finezza della dottrina, cose che la fede cristiana reclama come stimatissime compagne per la sua difesa e per il suo ornamento. L’amore della religione e la carità di patria esigono dunque che tutti gli istituti che i cattolici convenientemente possiedono, sia per l’istruzione elementare sia per l’insegnamento delle discipline superiori, essi cerchino di rafforzarli e di accrescerli secondo le loro possibilità.
È anche giusto che si curi particolarmente l’erudizione e la cultura del clero, che oggi può mantenere con dignità e con utilità il suo posto soltanto se risplenderà di ogni pregio di cultura e di dottrina. A questo proposito proponiamo alla beneficenza dei cattolici di aiutare con il massimo zelo il Collegio Blairsense. Opera utilissima, avviata con grande zelo e generosità da un devotissimo cittadino, non si permetta con una interruzione che venga meno e che vada in rovina, ma con emula generosità si proceda anche in meglio, e si giunga celermente al compimento. Questo infatti ha un grande valore, come è grande il valore del provvedere affinchè in Scozia l’ordine sacro possa davvero essere curato scrupolosamente e in modo conforme ai tempi.

Tutte queste cose, venerabili fratelli, che il nostro sentire così benevolo verso gli scozzesi Ci ha fatto dire, sappiate intenderle come particolarmente affidate al vostro zelo e alla vostra carità. Inoltre, della premura di cui a Noi avete ora dato prova in modo eccellente, continuate a dar prova, affinchè siano compiute queste cose che sembrano non poco giovevoli allo scopo prefissato. Certamente si tratta di una causa difficilissima, come spesso abbiamo dichiarato, e ben al di là delle forze umane per essere risolta; ma di gran lunga santissima e del tutto conforme ai disegni della bontà divina. Per questo non tanto Ci impressiona la difficoltà della cosa, quanto ci consola i1 pensiero che mai mancherà l’aiuto di Dio misericordioso a voi che vi impegnate assiduamente a seguire le Nostre prescrizioni.

Come garanzia dei doni celesti e testimonianza della Nostra paterna benevolenza, a voi tutti, venerabili fratelli, al clero e al vostro popolo, impartiamo con grande affetto nel Signore la benedizione apostolica.


Roma, presso san Pietro, 25 luglio 1898, anno XXI del Nostro pontificato.

domingo, 21 de fevereiro de 2016

Sobre as sagrações sem mandato pontifício realizadas por Dom Lefebvre, Dom Antonio de Castro Mayer, Dom Tissier e Dom Williamson

«A Questão da Consagração Episcopal sem Mandato do Papa


Prof. Doutor Rudolf Kaschewsky

1. A consagração de um bispo ocupa, na hierarquia das consagrações, o lugar mais importante; não há, com efeito, consagração para um cardeal ou Papa.

O bispo goza de dois poderes:
1) um poder de consagração;
2) um poder de jurisdição, que só pode exercer se estiver na posse de sua diocese.

2. Um bispo não tem autorização para conferir a ordenação episcopal a ninguém sem mandato do papa (cân. 1013, CIC 1917). Aquele que agir em contrário, incorre em excomunhão, “latae sentenciae”, reservada à Sé Apostólica (cân. 1382, CIC 1983). A excomunhão “latae sentenciae” entra em vigor com o próprio ato, sem portanto ser decretada. Em semelhante caso, o direito antigo ameaçava o infrator unicamente de suspensão (“ipso jure suspensi sunt, donec Sedes Apostolica eos dispensaverit”, cân. 2370, CIC 1917).

Foi somente em 9 de agosto de 1951, por um decreto do Santo Ofício, que a sanção de excomunhão (“ipso facto”), reservada à Santa Sé “specialissimo modo”, foi introduzida para a consagração ilegal dos bispos, e isso devido, sem dúvida nenhuma, à trágica evolução da Igreja na República Popular da China. Essa sanção foi mais tarde confirmada, em sequência das atitudes da seita de Palmar de Troya (Espanha).

3. Por outro lado, o direito canônico está longe de julgar as coisas unicamente segundo os aspectos exteriores. Seria, com efeito, contradizer a concepção jurídica corrente não ter em conta as circunstâncias particulares ou a disposição subjetiva da pessoa em causa.

No caso de uma consagração episcopal sem mandato do Papa, a ameaça de sanção correspondente aos termos do cân. 1382; trata-se realmente da sanção de um ato. Aqui se aplica, no entanto, o princípio: “A sanção de um ato não é executória se existe circunstância atenuante legalmente estabelecida.”

Tem de ser considerado especialmente o estabelecido nos cân. 1323 e 1324 (CIC 1983), aos quais corresponde o cân. 2205, 2 e 3 (CIC 1917), Trata-se de saber se um ato ameaçado de sanção existiu unicamente para evitar um grave inconveniente ou para suprir uma necessidade.

Citamos um extrato do cân. 1323, 3 (CIC 1983): “Não está sujeito a nenhuma pena aquele que, ao violar a lei, procedeu coagido por necessidade.” No mesmo sentido se exprime o velho Códex (cân. 2205, 2) (sobre as restrições mencionadas nos dois casos, veja o parágrafo 7, adiante).

4. Que se entende por “grave inconveniente” e por “necessidade”?
Citaremos o manual de direito eclesiástico de E. Eichmann (Kl. Morsdorf): “O grave inconveniente ou a necessidade é uma situação constrangedora tal, que, sem que haja falta, a pessoa molestada é física e moralmente obrigada a desrespeitar uma lei para afastar o perigo (Necessitas non habet legem). Pode tratar-se de uma ameaça relativa a bens espirituais, à vida, à liberdade ou a outros bens terrestres.”

5. Está estabelecido em geral – e não é seriamente posto em causa por ninguém – que, devido às orientações tomadas após o Concílio, pode verificar-se, no seio da Igreja, uma ameaça séria aos bens espirituais, no que respeita à formação de padres, à Fé, à Moral, às celebrações religiosas. A prova desta afirmação encontra-se em numerosas publicações, entre as quais, e principalmente, a nossa revista Una Voce-Korrespondenz.

O problema é saber se pode e como pode ser combatida essa ofensa aos bens espirituais. Ninguém pode negar que um meio (e não o único) de curar os males de que sofremos consiste no despertar das vocações sacerdotais e na formação de bons padres. Não é raro acontecer que jovens teólogos nos perguntem qual dos seminários diocesanos será mais recomendável, quer dizer, aquele onde a adaptação corruptora ao espírito do mundo ainda não tenha entrado, onde seja ensinada prioritariamente a verdadeira vocação religiosa, onde a adoração de Cristo no Santíssimo Sacramento do Altar seja o cerne da vida sacerdotal, onde a comunhão de joelhos e o uso da batina sejam naturais (isso para falar também dos sinais exteriores, que são sempre indício de disposição interior). E a resposta é: nenhum seminário atual.

6. Assim, a situação de grave inconveniente e de necessidade está suficiente, clara e indiscutivelmente estabelecida. Para ultrapassar essa situação verdadeiramente perigosa, são corretamente formados, fora dos seminários oficiais, candidatos ao sacerdócio, candidatos que, de outro modo, nunca seriam ordenados, quer dizer, não poderiam tornar-se padres.

Encontramo-nos assim numa situação de necessidade tal, que qualquer sanção está excluída. Só a consagração de um bispo que possa ordenar esses candidatos ao sacerdócio pode afastar o perigo descrito. Com efeito, não só estariam perdidos os estudos desses candidatos ao sacerdócio e a sua formação sacerdotal, mas os fiéis deles dependentes não se beneficiariam dos bens espirituais que poderiam receber. Porque os fiéis, por seu lado, também se encontram em situação de “perigo”.

Claro que seria exagero dizer que em nenhuma igreja oficial pós-conciliar se ministram os bens espirituais necessários à salvação das almas; mas a atual situação de desamparo lança os fiéis na incerteza de saber se determinada catequese ou determinado serviço religioso que lhes propõem ainda são verdadeiramente católicos ou não.

Observadores moderados e objetivos da atual situação da Igreja confessam igualmente que, em determinados lugares, a verdadeira intenção do padre, absolutamente indispensável à validade de um sacramento, é duvidosa ou está claramente ausente.

7. No cân. 2205, 2 (XIX 1917), a ameaça de sanção nessas circunstâncias (estado de perigo, situação de perigo) só é levantada quando se trata de lei puramente eclesiástica e não de direito divino. Essa restrição não se encontra no novo Código (1983), e como os que querem falar de direito nessas circunstâncias se servirão, sem dúvida nenhuma, do novo CIC, a restrição mencionada não será considerada critério de julgamento, ainda que quem procedesse à ordenação de um bispo sem mandado a isso se sentisse ligado.

[Nota: É de direito divino que o poder de instituir bispos pertence ao Sumo Pontífice. Porém Cajetano faz notar, no seu De Romani Pontifici Institutione (cap. XIII, ad 6), que importa distinguir entre o poder do Sumo Pontífice e o exercício desse poder, dujo modo pode variar no decorrer dos tempos. As instituições dos bispos feitas durante a vacância da Santa Sé, e consideradas válidas, explicam-se dessa forma. O modo foi fixado por Pio XII para o exercício do poder pontificial é regido pelas leis do direito canônico, e, portanto, aqui se aplicam as normas do direito, explicadas nesse estudo.]

8. Outra restrição: Apenas situações de necessidade de caráter acidental livram da sanção, quer dizer: inconvenientes que estão normalmente relacionados com o cumprimento de certas leis devem ser aceitos e não autorizam a transgredir a lei. Esta restrição não se aplica aqui em nosso desfavor, precisamente porque não é habitual (é acidental) e não natural em sumo grau que o respeito da lei em causa – abster-se de consagrar bispos sem mandato do Papa – provoque uma situação de perigo. O fato de a salvação das almas ser posta em perigo por causa de abstenção da referida consagração de bispos não constitui (em todo o caso, na natureza das coisas) uma situação de perigo ligada ao cumprimento da lei, mas caracteriza a anormal situação atual.

9. Outra restrição consiste no fato de a ação ameaçada de sanção ter sido efetuada para afastar uma situação perigosa. Ela não é, no entanto, isenta de sanção se for intrinsecamente má ou redunde em dano das almas (cân. 1324, 1, no. 5). No antigo direito, os limites da dispensa da sanção eram ainda mais reduzidos (cân. 2205, 2); a ação que levasse ao desprezo da Fé ou da hierarquia era, em todo o caso, condenada.

O problema é saber se uma ordenação episcopal sem mandado do Papa é uma ação má em si (“intrinsece malum”) e redunda em dano das almas. Isso vai, indiscutivelmente, para além do direito da Igreja e, pelo menos, escapa ao juízo puramente jurídico, e é precisamente aí que as opiniões divergem. Uns falam de um enorme dano das almas, por causa do perigo de cisma; outros, de uma ação inelutavelmente necessária à salvação das almas.

10. No entanto, não é preciso dar resposta a esse problema, porque o cân. 1324, 3 (CIC 1983) constata de modo lapidar: nas circunstâncias descritas no parágrafo 1, o contraventor não incorre em sanção. Por outras palavras, isso significa: ainda que pretendessem que a ordenação episcopal sem mandato do Papa constituísse automaticamente, em qualquer caso, uma ação punível por si mesma, ou que redunda em dano das almas, ficaria, de qualquer maneira, livre de toda a sanção imediata, dada a situação de perigo descrita.

Daí que, com base na situação de perigo indiscutível (cân. 1323, no. 4; 1324, 1, no. 5 e 1324, 3), a ameaça de excomunhão prevista no cân. 1382, para o autor de uma consagração episcopal não autorizada, não se aplica.

11. Ainda que quisessem pôr em dúvida a situação de perigo como foi descrita, convinha verificar o seguinte:

Ninguém pode negar que um bispo, nas circunstâncias acima referidas consagre outro, considera, pelo menos subjetivamente, que existe uma situação de necessidade que redunda em dano das almas. Daí conclui-se que não se pode falar de violação premeditada da lei, porque quem vai contra a lei, acreditando, mesmo sem razão, na justa razão da sua ação, não age de forma premeditada. O novo direito da Igreja exprime-se ainda com maior clareza:

a) Não está sujeito a nenhuma pena aquele que, ao violar a lei ou o preceito, julgou, sem culpa, existir alguma das circunstâncias descritas nos nos. 4 ou 5 do cân. 1323, 7.
b) O autor de uma violação não está isento de punição, mas a pena prevista pela lei ou preceito deve ser atenuada, ou substituída, por uma penitência, se o delito foi cometido por quem, por um erro mas com culpa, julgou existir alguma das circunstâncias referidas no cân. 1323, 4 e 5 (cân. 1324, 1, no. 8).

Mas, ainda que alguém quisesse dizer que ele tinha interpretado a situação de perigo (na realidade inexistente) de maneira punível, isso implicaria que:

1) a excomunhão não se poderia fazer como mencionado no cân. 1382;
2) por outro lado, uma eventual pena que um juiz pudesse aplicar deveria, de qualquer maneira, ser mais clemente do que previsto pela lei, de forma que, também neste caso, a excomunhão não seria de considerar.

Em resumo:

A) Devido à existência de uma real situação de perigo, aquele que ordenasse um bispo sem o fazer em nome do Papa não seria passível de sanção nas circunstâncias descritas.
B) De igual modo, se a situação de perigo não existisse de maneira objetiva, o contraventor ficaria isento de qualquer sanção, dado que teria considerado subjetivamente, e de maneira não culpável, que o perigo de fato existia (cân. 1324, 1, no. 5).
C) Também é preciso dizer que, mesmo havendo suposição errada e punível da existência de um perigo, tal não implicaria, no entanto, sanção e, menos ainda, excomunhão (cân. 1324, 1, no. 8, 3).

RESULTADO

A opinião muitas vezes formulada de que a ordenação de um ou vários bispos sem mandato pontificial implicaria automaticamente a excomunhão e conduziria ao cisma é falsa. Tendo em conta os próprios termos da lei, uma excomunhão no caso de que tratamos não pode ser aplicada, nem ipso facto nem por decisão de um juiz.


BIBLIOGRAFIA
CIC 1917: Codex Iuris Canonici Pii X Pontificis Maximi, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLVI (Estado do Vaticano, 1956).
CIC 1917: Codex Iuris Canonici. Codex des kanonischen Rechtes. Lateinisch-deutsche Ausgabe. Verlag Butzon & Becker Kevelaer, 2. verb. U. vermehrte Aufl., 1984.
Eichmann-Morsdorf, Lehrbuch des Kirchenrechts, I. Band, Paderborn, 8. Aufl., 1953, p. 396.
“Osservatore Romano”, Deutsche Wochenausgabe, I. Oktober 1975, p. 3.
J. Listl, H. Muller, H. Schimtz, Handbuch des Katolischen Kircherechts, Regensburg, 1983, p. 931 f.
III. Band, Prozess-und Strafrecht, Paderborn, 10. Aufl. 1962, p. 314.

“Una Voce-korrespondenz”, 18/2, Marz-April 1988.»



FLEICHMAN, Dom Lourenço OSB. Tradição versus Vaticano - Dossiê completo das negociações entre Mgr. Lefebvre e o Vaticano - 1988-2001. Niterói: Editora Permanência, 2001, pp. 46-51.

sábado, 20 de fevereiro de 2016

Comentários Eleison CDXLIX (449) - Bispos

Tradução: Andrea Patrícia (blog Borboletas ao Luar)


De modo nenhum o perigo na FSSPX deixou de haver.
Os bispos resistentes devem cumprir com seu dever!

Desde o Capítulo Geral de julho de 2012, quando sob a direção de Dom Fellay a Fraternidade Sacerdotal São Pio X deu uma guinada decisiva em direção a um acordo de compromisso com a Roma Conciliar, os católicos da Tradição se perguntam onde estavam os dois outros bispos da FSSPX, Dom Tissier de Mallerais (BpT) e Dom de Galarreta (BpG), porque ambos têm sido bastante discretos desde então. Entretanto, as firmes palavras que foram ditas por cada um no mês passado suscitaram esperanças para o futuro da FSSPX. As esperanças estão justificadas? Os católicos precisam permanecer em guarda...

O sermão de Crisma feito por BpT em 31 de janeiro, em Saarbrücken, na Alemanha, não poderia ter sido mais sincero nem claro. Por exemplo: No embate da FSSPX com Roma, nunca poderá haver compromisso ou jogo duplo. Nunca poderemos negociar com Roma enquanto os representantes da Neoigreja (sic) estiverem agarrados aos erros do Vaticano II. Qualquer conversa prolongada com Roma deve ser sem ambiguidades, e ter como objetivo a conversão dos representantes da Neoigreja para nossa una e única verdade da Tradição Católica. Nada de compromisso nem jogo duplo até que eles tenham superado seus erros conciliares e se convertido de volta à Verdade.

Palavras admiráveis! Sinceridade não é o problema de BpT. Ele não é nada político. Deus o abençoe. Seu problema é que, quando tem de passar das palavras à ação, seu “Cinquentismo” o faz obedecer a seu Superior e se alinhar aos políticos do Quartel-General da FSSPX em Menzingen. Nada indica que isto não acontecerá de novo, mas devemos sempre rezar para que ele finalmente comece a reagir devidamente. BpT está escondendo-se de si mesmo, ou de fato não está conseguindo ver a completa malícia da ação de Menzingen. Não estão em jogo somente a unidade e o bem-estar da FSSPX, mas a Fé Católica.

BpG, pelo contrário, é um político. Infelizmente, não temos o texto completo da conferência que ele deu em Bailly, na França, em 17 de janeiro, porque suas exatas palavras são importantes, de modo que só podemos citá-lo a partir de um resumo de seus pensamentos principais: “as últimas propostas teológicas e canônicas de Roma para um acordo Roma-FSSPX continuam inaceitáveis, mas o Papa certamente quer um acordo, e ele é perfeitamente capaz de passar por cima de seus oficiais e impor um reconhecimento “unilateral” da FSSPX. Tal reconhecimento poderia definitivamente prejudicar a FSSPX internamente, mas se a FSSPX não tiver feito nada para obtê-lo, então não há nada que ela possa fazer para impedi-lo. Entretanto, a Providência olharia uma vez mais para o trabalho do Arcebispo”.

Mas, Vossa Excelência, Menzingen já há muitos anos tem feito tudo o que pode por meio de negociações políticas para chegar ao reconhecimento oficial por Roma, e o eventual estabelecimento “unilateral” desse acordo seria um mero pretexto para enganar os tradicionalistas, de modo a vender a FSSPX sob a máscara da queixa de ter sido tudo culpa de Roma – sem dúvida com a permissão de Roma por trás dos bastidores. Mas persistirá o fato de que a Fraternidade de Dom Lefebvre será finalmente traída, e você com seu próprio “Não, não, mil vezes não... mas, possivelmente, sim” terá de responder por não ter feito tudo o que poderia e deveria para bloquear a traição dela.

Em resumo, aquele sistema de iluminação de emergência da Igreja Universal na treva conciliar, que é a FSSPX, está ele mesmo oscilando e correndo o risco de nunca mais dar luz. Assim, a equipe de reparo para sustentar a iluminação de emergência, que é a “Resistência”, ainda é necessária, e esse time necessita de um número suficiente de bons superintendentes. Um terceiro bispo para a “Resistência” está previsto, como no ano passado, para o dia 19 de março, no Mosteiro em Nova Friburgo, no Brasil. Ele é seu prior, Dom Tomás de Aquino, fiel guerreiro e veterano da guerra pós-conciliar pela fé. Que Deus esteja com ele, e com todos os humildes e fiéis servos de Deus.

Kyrie eleison.

É verdade que a autodenominada ‘Igreja Ortodoxa' não está 'tão' distante da Igreja Católica? - I

O QUE FOI O CISMA DE BIZÂNCIO (CONSTANTINOPLA)

Por Leão Indômito

Constantinopla foi fundada pelo Imperador Constantino, o Grande, o que deu liberdade aos cristãos, no ano 313, e transferiu o poder imperial para o Oriente, fundando então Constantinopla.

O título de Patriarca era dado apenas aos Bispos de cidades que haviam recebido a pregação de um Apóstolo.

Assim eram reconhecidos como Patriarcas o Bispo de Alexandria , onde pregara o evangelista São Marcos. O Bispo de Jerusalém, onde fora Bispo o Apóstolo São Tiago. O bispo de Antioquia, cidade em que viveu e foi Bipo São Pedro. E , finalmente, Roma , que teve o mesmo São Pedro como seu primeiro Bispo.

É claro que Constantinopla, por ter sido fundada apenas no século IV, não poderia ter, normalmente, o título de Patriarca, pois nenhum Apóstolo pregara nessa cidade, que ainda não existia nos tempos apostólicos.

Entretanto, por ser a capital do Império do Oriente, os Arcebispos de Constantinopla reivindicavam essa honra, que Roma afinal lhe concedeu, a título honorário.

Cedo, alguns Patriarcas orientais, especialmente o de Constantinopla, reivindicaram uma paridade com o Papa, querendo que a Igreja não fosse uma monarquia, e sim uma Pentarquia. ( Erro que está, hoje, em voga entre alguns orientais...).

Pretendia-se que o Papa fosse apenas um chefe honorífico da Igreja, um "primus inter pares", um superior em honra, entre os Patriarcas, que seriam iguais em direito.

Ora, isto vai contra o Evangelho, que mostra Cristo ter fundado a Igreja sobre Pedro apenas. Cristo fez a Igreja monárquica e não pentárquica.

No século IX, o Arcebispo de Constantinopla , Fócio, se rebelou contra o Papa São Nicolau I, que excomungou esse rebelde em 863.

Como resposta, Fócio se autoproclamou Patriarca Ecumênico de Constantinopla e "excomungou" o Papa São Nicolau I. Com a subida ao poder em Constantinopla do Imperador Basílio, o Macedônico, Fócio perdeu o poder que tinha.

A questão entre Roma e Constantinopla foi ainda mais envenenada pelo problema da processão do Espírito Santo, que os Orientais dizem proceder apenas do Pai, enquanto a Igreja ensina que o Espírito Santo procede do Pai e do Filho.

Fócio retomou o poder em Constantinopla, mesmo depois de sua solene condenação, no ano 870. De novo, o Papa João VIII renovou a condenação de Fócio. Com o advento ao trono do Imperador Leão, o Filósofo, Fócio é expulso pela segunda vez de Constantinopla, terminando o cisma, pouco depois.

No século XI, Miguel Cerulário, Patriarca de Constantinopla causou a separação definitiva da Igreja do Oriente separando-a da obediência ao Papa, no tempo do Papa Leão IX. Miguel Cerulário foi excomungado pelo Papa em 1054.

Desde esse tempo, os orientais estão separados de Roma, portanto em cisma. A esse mal, vieram se acrescentar a negação dos dogmas proclamados pela Igreja, após a separação do Oriente. Os Orientais possuem sucessão apostólica, isto é, seus Bispos são legítimos, assim como os seus sacerdotes. Em consequência, seus sacramentos são válidos, embora ilicitamente administrados por causa de sua separação de Roma.


(Na imagem, Fócio, autoproclamado "Patriarca Ecumênico de Constantinopla")

[CONTINUA]

sexta-feira, 19 de fevereiro de 2016

Em defesa de Dom Williamson - II

Os ataques a Dom Williamson se baseiam em seus escritos e em suas palavras. Examinemos alguns escritos. Seus críticos mais tenazes alegam que é preciso ver o conjunto e concluir pela heterodoxia de Dom Williamson. Se eu fosse comentar cada acusação, uma por uma, isto tomaria um tempo do qual não disponho. Examino aqui apenas uma ideia de Dom Williamson.

Ele diz no Eleison 437 que as “ovelhas” dominadas pelo mundanismo moderno perderam, como punição, o verdadeiro rito da Missa; mas, nem sempre, perderam a missa válida e isto “em recompensa a seu desejo da missa”.

Deve-se daí concluir que a Missa Nova é boa? Não, de modo algum. Mas se deve concluir que Dom Williamson disse que a Missa Nova é boa? Não, de modo algum. Mas então não se deve concluir que há algo de bom na Nova Missa? Sim: Nosso Senhor presente na hóstia consagrada e a renovação incruenta do sacrifício do Calvário quando ela é válida. Mas isto não é absurdo? De modo algum. Mas falando disso não se está induzindo os fiéis a assistirem a Missa Nova? Não. Mas dizendo que alguns, por desejo da missa, não foram privados de uma missa válida, não se está dizendo um absurdo? Também não. Pessoas como Gustavo Corção e quase todos os membros da Permanência no Brasil e da “Cité Catholique” na França assistiam ou assistiram a Missa Nova no início dos anos 70 e a maior parte dos membros da Resistência no Brasil já fizeram o mesmo antes de conhecerem a Tradição. Podemos pensar que, entre tantas pessoas, alguns tenham feito comunhões bem feitas e tenham tirado proveito destas comunhões caso tenham assistido missas válidas ainda que fossem no Novus Ordo. Dom Lefebvre e Dom Antônio nunca negaram esta possibilidade. Penso que Gustavo Corção, meus pais e irmãos, a família Fleischman e tantas outras receberam alguma graça destas comunhões. Mas isto é uma heresia, dirão alguns, ou, ao menos, uma mudança de discurso. Não creio. Isto é um aspecto da confusão na qual vivemos. Isto sim; “As verdades estão diminuídas entre os filhos dos homens” diz o Salmo (11,2).

                Felizes os que receberam a graça de compreender a questão da missa. Corção compreendeu sua malignidade desde o início, mas que não devia assisti-la, ele só o compreendeu depois. Ele levou cerca de quatro anos para tomar a decisão de não ir mais a essa missa. Ele só a tomou depois que Jean Madiran veio da França para lhe falar do assunto, pelo que me lembro ter ouvido. Era Corção um herege? Não. Um mal católico? Também não. Tirou ele algum fruto de suas comunhões diárias (ele ia à Missa todos os dias) na Nova Missa? Creio que sim. Era uma recompensa pelo seu desejo de ter uma missa válida para assistir? É difícil responder. Talvez fosse. Mas ele entendeu que não devia ir pois este rito conduz à heresia e é um mau exemplo ir à Missa Nova. Então ele não foi mais. O Rio de Janeiro acabou tendo a Missa de Sempre, codificada por São Pio V.

                Que concluir disso? Eu concluo que não há porque lançar D. Williamson (e Corção igualmente) na fogueira. Nem um nem outro são hereges. Um demorou a entender que não devia ir à Missa Nova e outro procurou dar uma explicação para este fato. Tanto um como outro me parecem igualmente católicos e igualmente antiliberais pois ambos condenaram a Missa Nova e defenderam a Missa de Sempre.

ir. Tomás de Aquino, OSB

quarta-feira, 17 de fevereiro de 2016

Comentários Eleison CDXLVIII (448) - Animal Escorregadio

Por Dom Richard Williamson
Tradução: Andrea Patrícia (blog Borboletas ao Luar)

A gente de hoje não é sensata ou normal.
Toda a história mostra que não há veneno igual.

“O modernismo é necessariamente, por sua natureza, um animal singularmente escorregadio”. Sendo ele o atual inimigo mortal da Igreja Católica, nunca pode ser analisado suficientemente. Como inimigo da Igreja em particular, pode ser definido como um movimento de pensamento e de crença que sustenta que a Igreja deve se adaptar ao mundo moderno, por meio da manutenção das aparências do catolicismo concomitantemente à mudança de sua substância. Este movimento infectou um sem-número de católicos desde que ganhou aprovação oficial da mais alta hierarquia da Igreja no Vaticano II, e colocou muitos cardeais, bispos e padres no caminho da eterna perdição, para não mencionarmos os leigos, ao minar sua fé católica. Vejamos novamente porque é escorregadio, e singularmente escorregadio.

É um animal escorregadio porque, como todas as heresias, tem de se disfarçar a fim de parecer aceitável para o seu alvo, os crentes católicos. Deste modo, usa constantemente fórmulas ambíguas de palavras capazes de serem interpretadas num sentido católico ou anticatólico. Os católicos aceitam piedosamente o sentido católico e engolem as palavras, de modo que os modernistas só têm de transformá-las em veneno explorando o sentido anticatólico. O Vaticano II é ambíguo do início ao fim, escolhendo fórmulas que podem deslizar entre a Igreja e o mundo moderno, de modo a ocultar a intrínseca e mútua contradição entre estes dois. Para Paulo VI, que acreditava profundamente em ambos, a Igreja e o mundo (como os concebia), tais fórmulas surgiam instintiva e abundantemente. Os documentos de seu Concílio, o Vaticano II, estão impregnados de ambiguidade. Contudo, por estas ambiguidades Paulo VI realmente pensava que salvaria a ambos, a Igreja e o mundo, exatamente como Monsenhor Fellay hoje espera, falando pelos dois lados de sua boca, salvar a Tradição católica e o Concílio. Vã esperança! Deus “detesta a língua dupla” (Pr. VIII,13). Ela sempre serviu para enganar os católicos e fazê-los abandonar sua fé.

Mas, mais que simplesmente escorregadio, o modernismo é, entre todas as heresias, singularmente escorregadio, porque, como Pio X disse na “Pascendi”, é a heresia das heresias, como o esgoto principal que coleta em si toda a imundície dos encanamentos menores, ou heresias particulares. Isto porque é o produto (e produtor) de mentes que fixaram sua âncora em qualquer verdade, de modo que qualquer contraverdade, ou heresia, está em casa no modernismo. E isto porque seu princípio fundamental é filosófico, a suposta inabilidade da mente humana de conhecer qualquer coisa que esteja além do que aparece aos cinco sentidos externos do homem. Tal mente é como uma garrafa de vinho suja. Ela conspurca qualquer coisa que se despeja nela, mesmo o mais fino dos vinhos ou a mais sublime das verdades. Porque, enquanto qualquer outra heresia ataca uma verdade particular da Fé, o erro filosófico na raiz do modernismo mina a verdade universal, ainda que finja não estar atacando nenhuma verdade em particular. Por exemplo, Bento XVI sem dúvida ficaria horrorizado se fosse acusado de não acreditar em qualquer artigo do Credo, mas isto não o impede de estar pronto para “atualizar” a todos eles.

Nunca tantas mentes desviaram todas as âncoras da verdade objetiva como hoje, sendo tal desvio a libertação final do homem, por meio da qual a realidade não pode mais se impor a mim, senão que eu sim é que posso me impor a toda realidade. Tomei o lugar de Deus. Assim, muitos católicos foram infectados pelo mundo de hoje e deram as boas-vindas ao modernismo quando ele reapareceu no Vaticano II, porque lá estava o próprio Papa dando o aparente selo de aprovação católica à destruição de toda Verdade Católica [que eles promoviam]. Eram livres, e ainda católicos, gritando: liberdade através da Igreja!

Então, como lidar com este “animal singularmente escorregadio?” Certamente não é indo à Roma para misturar-se com suas principais vítimas e perpetradores, os atuais oficiais no topo da Igreja. O próprio Satanás pode não ter uma colher longa o suficiente para cear com segurança com estes (objetivos) tubarões, lobos e raposas, tanto mais perigosos por causa de seu possível (subjetivo) desconhecimento de sua própria condição. Rezem o Rosário para que Nossa Senhora construa ao redor das cabeças e dos corações de vocês sua própria armadura protetora.

Kyrie eleison.

sábado, 6 de fevereiro de 2016

Excerto do sermão do Rev. Pe. René Trincado, do XII Domingo após Pentecostes

11 de agosto de 2013


Permitam-me aqui um parêntesis. Cuidado com o qualificativo de “modernistas”. Não olhemos com desdém ao restante dos católicos, aos que chamamos secamente de modernistas, pois, em sua imensa maioria, são vítimas dos salteadores que os despojam da verdadeira fé. Cuidado, porque esses, muitas vezes, muitíssimas, são isso: vítimas, não vitimadores. Não são os assaltantes da parábola, senão o homem assaltado. Pensemos, por exemplo, no imenso bem espiritual que, em sua grande simplicidade, com suas fervorosas orações fazem essas anciãs “modernistas”, verdadeiras devotas do Rosário, assíduas nas paróquias; pensemos nessas monjas “modernistas” de clausura que, apesar da Missa Nova e das más pregações, vivem inteiramente crucificadas por causa de sua caridade ardentíssima. Pensemos nesses sacerdotes e leigos que se esforçam sinceramente para alcançar a santidade, apesar de ter de respirar cada dia a fumaça liberal que entrou no templo através do buraco escavado desde dentro por uma hierarquia de traidores. Cuidado com o desprezo pelo próximo: não nos vá a suceder que estejamos fazendo às vezes a oração do fariseu: graças te dou, Senhor, porque não sou como os demais homens, nem como esses estúpidos e ignorantes modernistas das paróquias. Cuidado: pior que ser herege material modernista é ser um orgulhoso tradicionalista, porque Deus resiste aos soberbos e dá sua graça aos humildes (1Pd V, 5). Cuidado com a soberba. O orgulho farisaico é a grande tentação dos tradicionalistas. Os fariseus foram os descendentes dos assideus, esses mártires e heróis tradicionalistas que combateram às ordens dos Macabeus. Cuidado com a soberba. A esses que parecem viver de diatribes e discussões, teríamos de lhes perguntar o que é mais importante: se ter razão ou ter caridade. Se os tradicionalistas temos a verdade, é por um presente, uma graça de Deus. Mas a luz da fé verdadeira é para iluminar os homens em ordem à salvação eterna, não para querer deslumbrá-los fazendo gabo de conhecimentos, nem para esmagá-los.


Estimados fiéis: Deus nos faça caridosos e humildes. Certamente, os tradicionalistas devemos ser o bom samaritano especialmente para com todas as pobres ovelhas assaltadas e feridas por esses ministros do diabo que lhes dão a beber o veneno liberal e modernista. Estes últimos se comportam como os ladrões da parábola, de modo muito mais criminoso que o Sacerdote e o levita, que pecaram somente por omissão. Estes ladrões são a Hierarquia liberal que objetivamente despoja e assassina às almas desde essa verdadeira emboscada que foi o Vaticano II. Com estes envenenadores de almas não cabe buscar cooperação nem concórdia alguma, nem menos aceitar a possibilidade de se submeter um dia ao seu poder destruidor. Se o samaritano houvesse pretendido pôr-se às ordens dos ladrões, não teria feito com isso um ato de caridade, senão a maior insensatez imaginável. E teria terminado roubando o assaltado e o deixado mais ferido também. A primeira caridade é a verdade. No caso dos tradicionalistas, a primeira caridade está em conversar a salvo o alimento saudável das almas, o tesouro divino da fé católica, a Verdade, essa Verdade que um dia voltará a resplandecer na Igreja porque as portas do inferno não prevalecerão (Mt XVI, 18).


Que pela intercessão da Santíssima Virgem, Deus nos conceda a humilde caridade fraterna.


Rev. Pe. René Trincado
União Sacerdotal Marcel Lefebvre (USML)